Cosa sono gli Usi Civici e il “Terzo Modo di Possedere” rappresentato dai BENI COMUNI
Storicamente, gli usi civici (come il diritto di legnatico per raccogliere legna, pascatico per il pascolo, o fungatico) rappresentavano il diritto dei membri di una specifica collettività locale di trarre dal territorio le risorse necessarie alla sussistenza.
Il grande giurista Paolo Grossi ha definito queste esperienze come un “terzo modo di possedere”, che rompe il dualismo rigido della modernità:
| Tipo di Proprietà | Caratteristiche Principali |
| Proprietà Privata | Logica dell’esclusione (“questo è mio e non tuo”), orientata al profitto individuale. |
| Proprietà Pubblica | Gestita dallo Stato o dagli enti locali, spesso burocratizzata e calata dall’alto. |
| Proprietà Collettiva / Uso Civico | Appartiene alla collettività dei cittadini (non al Comune come ente). È inalienabile, indivisibile e perpetua. |
In Italia, questo impianto ha ricevuto un riconoscimento storico fondamentale con la Legge n. 168 del 20 novembre 2017 (Norme in materia di domini collettivi), che ha elevato i domini collettivi a elementi costituzionali di tutela del paesaggio e di sviluppo delle popolazioni locali.
2. Il potenziale generativo: Ricostruire la Comunità
Perché l’uso civico ha la capacità potenziale di ricostruire le comunità atomizzate di oggi? La risposta sta nella sua stessa struttura, che si basa su tre pilastri relazionali:
A. Dalla cittadinanza anagrafica alla “cittadinanza attiva”
Negli usi civici non si è proprietari perché si è acquistato un titolo, ma perché si abita quel luogo (uti cives). Questo sposta il baricentro dall’avere al risiedere e al prendersi cura. Per gestire un bosco o un pascolo comune, gli abitanti devono parlarsi, negoziare le regole e cooperare. Il bene comune smette di essere solo un “oggetto” e diventa l’infrastruttura che genera relazioni sociali.
B. Il superamento della “Tragedia dei Beni Comuni”
Nel 1968, l’economista Garrett Hardin teorizzò la “tragedia dei beni comuni”, sostenendo che le risorse condivise sono destinate alla distruzione perché ogni individuo massimizzerà il proprio interesse egoistico. L’economista Elinor Ostrom (Premio Nobel nel 2009) ha smentito Hardin dimostrando scientificamente che le comunità locali, attraverso sistemi di autoregolamentazione (come le Regole cadorine o le Partecipanze emiliane), sanno preservare le risorse meglio dello Stato e del mercato, proprio perché il controllo sociale e il senso di appartenenza azzerano l’egoismo.
C. Responsabilità intergenerazionale
I beni civici appartengono alla comunità passata, presente e futura. Questo introduce una dimensione temporale che i mercati finanziari o i mandati politici a breve termine non hanno. Ricostruire una comunità oggi significa dare ai giovani un motivo per restare (soprattutto nelle aree interne e montane), legandoli alla gestione sostenibile della propria terra.
3. Dal Neoruralismo agli “Usi Civici Urbani”
Oggi il potenziale di questo modello si sta espandendo ben oltre i confini dei boschi e dei pascoli originari, dando vita a due grandi filoni di rigenerazione comunitaria:
- Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) e l’Agricoltura Sociale: Nelle aree rurali e montane (si pensi alle ASUC in Trentino), gli usi civici si stanno evolvendo. Diventano centrali per la transizione ecologica: gestione collettiva di impianti a biomasse, pannelli fotovoltaici comunitari o cooperative di comunità che gestiscono servizi essenziali (negozi, trasporti) dove lo Stato si è ritirato.
- Gli Usi Civici Urbani: Città come Napoli, Bologna e Palermo hanno mutuato il concetto giuridico di uso civico per applicarlo a beni materiali abbandonati (ex asili, teatri, spazi industriali). Attraverso i Regolamenti per i beni comuni, i cittadini non chiedono la “concessione” di uno spazio al Comune, ma ne rivendicano l’uso collettivo e diretto, autogestendolo per scopi culturali e sociali.
Sintesi
Gli antichi usi civici ci ricordano che la comunità non è un dato biologico o spontaneo, ma il risultato di una pratica condivisa.
Laddove la globalizzazione e la digitalizzazione hanno sfilacciato i legami di prossimità, il “neocomunitarismo” basato sui beni comuni offre un’alternativa concreta. Agganciare la ricostruzione sociale alla gestione di un bene tangibile (un’area verde, uno spazio pubblico, una risorsa idrica o energetica) permette alle persone di riscoprirsi co-dipendenti e co-responsabili, trasformando i residenti passivi in una comunità politica e sociale coesa.
IL NOSTRO ESPERIMENTO A VILLAGGIO EUROPA – RENDE (CS)

Il caso di Villaggio Europa a Rende (CS) (conosciuto storicamente anche come quartiere CEEP) rappresenta uno degli esperimenti più avanzati, concreti e studiati di rigenerazione urbana guidata dai beni comuni nel Sud Italia.
Mentre in molte città i “beni comuni” restano concetti teorici confinati nei dibattiti universitari, a Villaggio Europa sono diventati una pratica quotidiana che ha trasformato radicalmente l’identità di un quartiere popolare, salvandone gli spazi dal degrado e dall’abbandono.
4. La base urbanistica: Un’anomalia positiva
Per capire perché l’esperimento dei beni comuni ha funzionato proprio qui, bisogna fare un passo indietro di oltre quarant’anni. Progettato negli anni ’80 dagli architetti Empio Malara e Valentino De Rango, Villaggio Europa nacque come un quartiere pilota di edilizia economico-popolare con una visione utopica e progressista: coniugare l’abitare con un continuum di aree verdi, piazze e camminamenti pedonali condivisi.
A differenza dei tipici “dormitori” di periferia, l’architettura stessa del Villaggio spingeva le persone a incontrarsi. Tuttavia, con il passare dei decenni, il disimpegno progressivo delle istituzioni e la burocrazia rischiavano di far scivolare questi spazi nel degrado.
5. La svolta: Il Regolamento dei Beni Comuni e i Patti di Collaborazione
La vera metamorfosi comunitaria avviene quando i cittadini decidono di non aspettare più passivamente l’intervento calato dall’alto. Sfruttando l’approvazione del Regolamento comunale per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani (varato a Rende a fine 2018), le associazioni e gli abitanti del quartiere si sono fatti promotori in prima persona della gestione degli spazi pubblici.
Il modello si è concretizzato attraverso specifici Patti di Collaborazione tra l’amministrazione e la cittadinanza attiva (rappresentata da storici comitati e associazioni locali come ACRIP, Casa dei Diritti Sociali, l’Insieme):
I Campetti di Via Buenos Aires (Lo sport come bene comune)
Il campo di calcio e l’area sportiva di via Buenos Aires, un tempo abbandonati, sono stati istituiti come il primo vero bene comune cittadino di Rende. Gestito unitariamente da associazioni e residenti riuniti nella Nuova Asd Ceep Villaggio Europa, l’impianto è stato sottratto alla logica del profitto privato o delle chiavi sotto lucchetto.
L’esperimento ha garantito l’utilizzo amatoriale libero e gratuito per i ragazzi del quartiere, integrando attività che vanno dal calcio al baseball, fino a corsi pensati specificamente per anziani e persone con disabilità.
Il “capanno” di Piazza Italia (Il centro sociale della comunità)
Attraverso il patto denominato “Bene comune, una Comunità responsabile”, un intero immobile comunale situato in Piazza Italia è stato dato in autogestione triennale ai cittadini. Questo spazio è diventato il cuore pulsante delle relazioni sociali del quartiere:
- Doposcuola popolare gratuito per i bambini del quartiere (supportato anche dai ragazzi del servizio civile).
- Cene sociali e laboratori manuali per contrastare la solitudine delle fasce più fragili.
- Incontri informativi, letture, proiezioni e musica popolare come strumenti di presidio culturale permanente.
6. Perché Villaggio Europa è un modello di “Ricostruzione di Comunità”
L’esperimento di Villaggio Europa dimostra esattamente la tesi della ricerca sui beni comuni: la gestione condivisa di uno spazio fisico genera capitale sociale. I circa duemila residenti del quartiere hanno sviluppato dinamiche che contrastano l’atomizzazione sociale contemporanea:
- L’eredità della solidarietà: La rinascita del Comitato di Quartiere ha raccolto l’eredità storica di figure storiche della cooperazione locale (come Libero Fortino e Santino Pascuzzi), dimostrando che la memoria storica del quartiere può essere tramandata alle nuove generazioni attraverso la responsabilità comune.
- Resistenza e presidio ecologico: La comunità del Villaggio non si limita alla gestione interna, ma agisce come un soggetto politico compatto. Negli anni ha fatto sentire la sua voce sui tavoli ambientali (dalla gestione dei rifiuti alla richiesta di monitoraggio della qualità dell’aria nella vicina zona industriale), dimostrando che chi cura il proprio “bene comune” sviluppa un’altissima sensibilità per l’ecosistema circostante.
- Il senso del “Noi”: Come testimoniano i residenti stessi, vedere i propri figli studiare, giocare e crescere in spazi autogestiti collettivamente ha trasformato il concetto di quartiere da semplice “luogo geografico” a “comunità di destino”.
In sintesi, Villaggio Europa è la prova che quando si offre ai cittadini lo strumento giuridico (il Regolamento dei Beni Comuni) e lo spazio fisico per cooperare fuori dalle logiche di mercato, il Sud sa esprimere modelli di welfare dal basso e di democrazia partecipativa straordinariamente efficaci.
UN CONFRONTO TRA L’ESPERIMENTO DEI BENI COMUNI A NAPOLI E A RENDE (CS)
7. Lo Strumento Giuridico: Amministrazione Condivisa vs Usi Civici Urbani
- Il modello di Rende (Amministrazione Condivisa): Si basa sul classico modello teorizzato da Labsus (Laboratorio per la sussidiarietà) e recepito nel Regolamento comunale tramite i Patti di Collaborazione. Il regolamento è stato rielaborato, proposto e sostenuto da un gruppo di associazioni e dal Centro Sociale Sparrow con sede storicamente a Rende. Si basa su un accordo formale in cui il Comune e i cittadini definiscono “chi fa cosa”, all’interno di un quadro contrattuale amministrativo chiaro e con una durata prestabilita (es. rinnovi triennali). Il Comune mantiene la titolarità del bene e le associazioni o i gruppi informali autogestiscono il bene.
- Il modello di Napoli (Usi Civici e Collettivi Urbani): Napoli ha compiuto una vera rivoluzione giuridica inventando l’Uso Civico e Collettivo Urbano. Mutuando il concetto dagli antichi usi civici agrari, il Comune di Napoli (con delibere storiche a partire dall’ex Asilo Filangieri) riconosce che la comunità che occupa o vive lo spazio ha il diritto di autogovernarsi. Non c’è un “patto” bilaterale a scadenza, ma il riconoscimento da parte della Giunta di una Dichiarazione d’uso scritta direttamente dall’assemblea dei cittadini, che diventa la regola d’uso ufficiale del bene.
8. La Governance e i Soggetti Coinvolti
- Rende (Associazionismo strutturato e Comitati): A Villaggio Europa la gestione è affidata a soggetti giuridici definiti: associazioni storiche del territorio, comitati di quartiere formalizzati o associazioni sportive dilettantistiche (come la Asd Ceep Villaggio Europa). C’è una chiara attribuzione di compiti tra i firmatari del patto e l’ente pubblico. Il regolamento non esclude però l’affidamento anche a gruppi informali di cittadini chiamati “comunità di riferimento”. La gestione dei beni è assembleare e democratica: chiunque può partecipare, proporre e attivarsi per valorizzare il Bene Comune.
- Napoli (La dimensione assembleare e i gruppi informali): Il modello napoletano rifiuta l’assegnazione esclusiva a una singola associazione (per evitare che un bene comune diventi “il privato di un’associazione”). La governance è fluida, radicale e si basa sull’assemblea aperta e permanente. Chiunque entri nello spazio (sia l’ex OPG, lo Scugnizzo Liberato o l’Asilo) ha diritto di voto e di proposta in assemblea, basandosi sul metodo del consenso e sulla gestione tra pari.
9. L’Origine del Processo: Top-Down/Pattuito vs Bottom-Up/Rivendicato
- Rende (Rigenerazione concertata): Il percorso a Villaggio Europa nasce da un’anomalia urbanistica positiva (quartiere già ricco di spazi comuni) e si sviluppa in modo concertato. I cittadini attivano i patti sfruttando una cornice regolamentare offerta dal Comune. È un processo pacifico di sussidiarietà orizzontale istituzionalizzata.
- Napoli (Beni comuni “emergenti” da occupazioni): Quasi tutti i grandi beni comuni di Napoli nascono come “beni emergenti”, ovvero immobili pubblici abbandonati che sono stati inizialmente occupati da collettivi, studenti e attivisti (es. l’ex Asilo Filangieri o l’ex OPG). Il Comune non ha “concesso” lo spazio, ma ha preso atto della legittimità sociale dell’occupazione, legalizzandola ex post attraverso lo strumento degli usi civici urbani proprio perché quegli spazi producevano “redditività civica” (cultura, doposcuola, mutualismo).
Tabella Comparativa Sintetica
| Caratteristica | Villaggio Europa (Rende) | Beni Comuni (Napoli) |
| Strumento principale | Patto di Collaborazione (Amministrazione condivisa) | Dichiarazione di Uso Civico e Collettivo Urbano |
| Chi decide le regole | Scritte d’accordo tra Comune e Associazioni | Autoregolamentate dall’Assemblea degli abitanti/attivisti |
| Soggetto gestore | Associazioni e Comitati identificabili | Comunità fluida, aperta e mutabile (no assegnazione esclusiva) |
| Natura originaria | Collaborazione istituzionale su spazi di quartiere | Conflitto, occupazione e successiva legittimazione di grandi immobili dismessi |
| Utenze e costi | Spesso a carico delle associazioni ma anche ripartiti o regolati dal patto a seconda dei progetti | Accollati al Comune in virtù del valore sociale (“redditività civica”) generato |
In conclusione, mentre Rende rappresenta l’eccellenza della collaborazione ordinata e della cittadinanza attiva che si prende cura del proprio quartiere in sinergia con l’ente pubblico, Napoli rappresenta un modello di “istituzioni del comune” più radicale, dove il diritto d’uso prevale sul diritto di proprietà e la cittadinanza rivendica una totale autonomia politica e decisionale nella gestione degli spazi.
APPROFONDIMENTI
